Kublai

Conversazioni creative

Dopo una serie lunghissima di discussioni, analisi, montagne russe emotive, tele che, nella migliore tradizione mitologica, venivano fatte di giorno e disfatte di notte, ripensamenti e varibili impazzite, bene, abbiamo scritto il documento. E' impostato sulla base della guida di Kublai, con alcune correzioni funzionali al discorso. Per es: le idee non centrali, per noi lo sono eccome. Crediamo di poterci lavorare su. Proprio a partire da queste: "Art Zone" e "Cineturismo", vorremmo da voi preziosi consigli, contributi di idee, salutari bocciature, ecc. .
Il doc prosegue analizzando i punti di forza e, soprattutto, di debolezza del LFF. Ne vogliamo discutere con tutti voi. Fuori da ogni retorica, volevamo ringraziare Kublai, a prescindere da tutto. Rappresentate una formidabile e forse unica opportunità per capire quanto lontano (?) possiamo andare.

Tag: bioarchitettura, cinema, cineturismo, festival, film, internazionale, lucania, pisticci, sviluppo, territorio

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Allegati:

Risposte a questa discussione

Sicuramente non è troppo tardi. Adesso tocca a noi lavorare sul doc... bravi! :)
E comunque, il cuore della questione è questo: il LFF lo abbiamo definito il Festival delle persone (e dei luoghi). Il salto di qualità che tu (Alberto) ci chiedi può essere individuato, a nostro avviso, nella possibilità che diventi il Festival di tutti, della comunità intera in tutte le sue componenti: sociali, economiche, culturali, istituzionali. Solo così, forse, si metterebbe in moto un meccanismo di sistema.
;)
Art zone e cineturismo...suona già bene, credo il doc riservi belle sorprese.
qui c'è da ragionare....ok mi ci metto di "buzzo" buono! a risentirci presto
Filippo
Salve, sono Tito Bianchi, uno dei vostri coach del versante Ministero: provo ad iniziare a rompere il ghiaccio di un dibattito che spero nascerà sul vostro ricco documento progettuale, che vi ringrazio di avere condiviso con noi.
La prima cosa che desidero dire è che ho trovato in questo progetto diverse idee molto promettenti, e che si capisce sono calate nelle esigenze di un territorio, così come vengono percepite da un gruppo promotore vero e appassionato. Tutto ciò è molto raro e di per sé rappresenta la gran parte di quello che serve ad un progetto di qualità. Dico questo in apertura affinchè le proposte e le critiche che seguono, non appaiano preponderanti.
• Personalmente, l’idea che mi ha conquistato è quella dell’art zone: ossia di acquistare e donare ogni anno una Lammia al direttore artistico del festival. Adoro l’effetto cumulativo che potrebbe arrecare, la sedimentazione dell’arte nel paesaggio del paese sarebbe un vero investimento nel luogo e nel festival insieme, facilmente raccontabile al di fuori di esso per attirare l’attenzione di operatori e turisti. Ogni donazione, se fosse accompagnata da un certo grado di adattamento-personalizazione dello stabile alle caratteristiche dell’artista e della sua opera, farebbe del paese, nel lungo periodo, in un certo senso la testimonianza costruita della storia del festival, e dell’arte che ha saputo portare. Quasi però, visto il poco spazio che dedicate alla presentazione di quest’idea, ho la sensazione di leggerci di più di quanto ci legga il progetto, di crederci di più di chi la sta proponendo.
• Tuttavia, se intendeste puntare gran parte del progetto su quest’idea, come auspicherei, sarebbe necessario affrontare alcuni aspetti pratici, ed inevitabili difficoltà tecnico amministrative. Forse è proprio l’anticipazione di alcune di queste difficoltà a rendervi cauti nello sviluppo di quest’idea. Forse la strada da percorrere è quella di partire da un censimento di queste lammie deserte, del loro regime di proprietà, del loro valore, della loro prossimità reciproca, etc, per verificare la fattibilità di quest’innovativa idea.
• L’idea di riconnettersi con la comunità locale e evidentemente un tema non secondario e da voi fortemente condiviso. Attualmente si propone di fare ciò in larga misura coinvolgendo la comunità locale nelle prospettive economiche legate al festival. Mi domandavo se non ci fosse anche un’altra strada possibile che conduca allo stesso fine, forse più tradizionale. Quella di orientare in una certa misura i temi della narrazione cinematografica verso i valori e le passioni dei residenti comuni (non intellettuali) di Pisticci e dintorni.
• Un problema formale di questo progetto è che non distingue chiaramente il festival dal progetto. Evidentemente, visto che il festival è già una realtà, il progetto dovrebbe richiedere il finanziamento di un pezzo di attività che oggi non esiste. Puramente per scopi di presentazione, il progetto potrebbe, perciò, aprirsi con una premessa di sintesi di quello che il festiva già è oggi. Poi, a partire da un’analisi delle difficoltà o dei limiti che sta incontrando, potrebbe presentare il progetto d’investimento come una soluzione a quei limiti o problemi diagnosticati. Chiarire questa distinzione, è il primo passo che rende possibile stimare i costi di un intervento che si intende proporre.
Se prima o dopo della preparazione di una versione 2 del documento progettuale vi fosse utile un incontro in sincrono, io sarei contento di parlare di queste ed altre questioni.
Ciao Tito.
Grazie per le considerazioni molto stimolanti.
Scusaci se non potremo rispondere prima di lunedì: per noi si sta per chiudere una settimana di grande tristezza per la perdita di un caro amico e socio di Allelammie.
Buona domenica.
;)
Ciao Tito, ciao tutti.
Grazie per le considerazioni che ci consentono di iniziare a vagliare la fattibilità della nostra idea a partire dal nostro sogno nel cassetto, ovvero l’Art zone.
Mi preme sottolineare che, al di là delle apparenze, nell’art zone ci crediamo davvero, oramai da qualche anno. Come hai detto tu, la cautela nasce da una serie di problemi tecnici, politici e (lo vedremo in seguito) culturali di lunga data. In questo post cercherò di inquadrare meglio il contesto fornendo sinteticamente elementi di varia natura (spero) utili ai fini della discussione che abbiamo iniziato.
Innanzitutto, un po’di informazioni storiche: il rione che ha le maggior potenzialità in tal senso è senza dubbio il Dirupo, per sette anni location del LFF. Tra i più suggestivi borghi contadini del sud Italia, sorse dopo che la notte del 9 febbraio 1688, a seguito di un'abbondante nevicata, una frana di enormi proporzioni fece sprofondare i rioni Casalnuovo e Purgatorio, causando circa 400 morti. Sul terreno della frana furono quindi costruite centinaia di casette (in seguito chiamate da tutti lammie) in filari, tutte uguali, bianche, a fronte cuspidata. Il nuovo rione prese significativamente il nome di Dirupo, proprio in ricordo della frana. In seguito, fino ai tempi recenti, si sono susseguite altre frane meno gravi che, però, hanno determinato l’adozione di vincoli idro-geologici e urbanistici che tuttora gravano sul rione. Tra questi, c’è il decreto di trasferimento dell’abitato per rischio un idro-geologico che tecnici e politici considerano oramai superato.

REGIME DI PROPRIETA’
Questo decreto è alla base di una sorta di esodo degli abitanti del rione verso Marconia, una frazione di Pisticci, sorta come confino per deportati politici del fascismo, dove vivono oramai 10 mila persone contro le 6-7 mila di Pisticci centro. I proprietari delle lammie, a causa di una cattiva gestione dell’amministrazione comunale, hanno ottenuto soldi e suoli edificabili a Marconia, mantenendo, però, la proprietà delle “vecchie” case nel Dirupo, (poche decine sono quelle acquisite dall’ente pubblico). Ecco spiegato il motivo per cui ci sono parecchie case in disuso (c’è da dire, però, che l’emigrazione si è diretta anche altrove a causa delle difficili condizioni socio-economiche ed occupazionali in cui versa il territorio). Non più di quattro anni fa abbiamo realizzato un censimento artigianale nei rioni Dirupo e Terravecchia (location attuale del LFF): allora calcolammo l’esistenza di un paio di centinaia di casette inutilizzate dai proprietari per quasi tutto l’anno, o (la maggior parte) addirittura per nulla utilizzate. Alcune decine, poi, sono di proprietà comunale: tra queste, ci sono le cosiddette Lammie comunali, da cui l’associazione mutua il nome (nei pressi di questi locali fu organizzato il primo evento, era il 1998, “Allelammie Annozero).
Proprio su questi locali, fin da allora, redigemmo un progetto esecutivo di utilizzo della struttura per la realizzazione di un centro di servizi culturali in una prospettiva urbs-turistica.
http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=180...
http://www.unibas.it/utenti/sichenze/TESTI_SITO/VII_Rapporto.pdf

La parte architettonica del progetto fu redatta da un gruppo di bio-architetti di Lioni (AV) amici dell’associazione (uno di essi, Federico Verderosa, è attualmente nei quadri dirigenziali di ANAB).
Quella relativa alla destinazione d’uso fu redatta da noi. Una evoluzione di quell’idea è T.I.L.T., l’idea che Allelammie ha proposto nell’ambito del progetto VISIONI URBANE, per cui ha candidato alcuni spazi laboratorio del territorio ma, per il forte degrado in cui versano, purtroppo non le Lammie Comunali (durante la discussione potrebbe rivelarsi utile affrontare il caso “Lammie Comunali”).

VALORE DEGLI IMMOBILI

Il LFF e, in generale, le attività di marketing culturale pro-Dirupo messe in campo da Allelammie in questi dieci anni, hanno determinato un progressivo aumento del valore immobiliare delle casette. Un evento culturale nel centro storico (all’epoca, un’assoluta novità per Pisticci), con il suo carico di fascino e suggestioni per luoghi poco conosciuti e ancora discretamente conservati (allora più che adesso!!!), ha destato, fin da subito, l’interesse crescente in primis degli stessi abitanti del territorio ma anche di visitatori forestieri prima e, man mano che il LFF ha assunto carattere di internazionalità, (anche) di stranieri.
Dal costo di circa sei/sette milioni di lire di 10 anni fa, si è passati ai circa dodici/quindicimila euro (valore medio) attuali, con punte di 20/30 mila euro per le lammie più grandi, con affaccio a sud (vista sul mare -20 km- e sole tutto l’anno e per gran parte del giorno) e già ristrutturate.
Attualmente si registra un discreto flusso di giovani coppie, professionisti, post-universitari, che decidono di comprare una lammia, ristrutturarla e abitarla. Interessante è anche il numero dei ritornanti (i pisticcesi fuori che tornano per le festività, per i week-end, ecc), dei forestieri (moltissimi dal nord-Italia – vale lo stesso discorso dei ritornanti) e, da qualche anno, di stranieri (su tutti inglesi e scozzesi, che hanno deciso di abitarci).


PROSSIMITA’ RECIPROCA

Sono molti i “filari” di casette disabitate senza soluzione di continuità. Si arriva anche a 4/5 lammie l’una di fianco all’altra ampiamente sotto-utilizzate dai proprietari per lunghi periodi dell’anno.
Questo ci ha portato a pensare alla possibilità di alberghi diffusi orizzontali costituiti, appunto, da lammie in sequenza. Ciò assume maggiore importanza se si pensa che il numero di posti letto albergieri nel centro abitato è pari a zero.
La continuità/prossimità reciproca delle casette inutilizzate garantisce soluzioni più agevoli sia per il loro acquisto multiplo” (forse sarebbe meglio che la trattativa avvenisse di volta in volta con i singoli proprietari, per evitare azioni di lobby tra di loro con conseguenti aumenti di prezzo degli immobili) sia per una loro più comoda ristrutturazione, organizzazione e gestione rispetto agli obiettivi previsti (in primis residenza per gli artisti di fama, ma anche ricettività turistica ecc).

Per oggi mi fermo qui. Domani continuerò il discorso cercando di affrontare anche gli altri punti su cui Tito ha fatto le sue considerazioni. Sulle modalità della discussione: credo che nei prossimi giorni interverranno anche i miei amici/colleghi.
Buona serata.


Tra gli allegati ho aggiunto un paio di foto del Dirupo che rendono l'idea sulla sua struttura urbanistica.
ANCORA SULL’ART ZONE: PROBLEMI TECNICO-AMMINISTRATIVI, POLITICI E CULTURALI (TOUT COURT)

Un saluto a tutti.
Abbiamo individuato una serie di problemi tecnico-amministrativi, ma anche politici e culturali che potrebbero ostacolare la realizzazione del progetto.
Dicevamo dei vincoli idro-geologici (i primi risalgono all’inizi del secolo scorso) da cui poi il decreto di trasferimento dell’abitato rinnovato l’ultima volta all’inizio degli anni settanta e mai più rimosso. Misure, lo ricordo, attuate in seguito ad eventi franosi che specie nell’ultima trentina d’anni hanno causato lo svuotamento del Dirupo e di altri rioni molto popolosi: Croci, Tredici.
Tecnicamente, quindi, nel Rione Dirupo non ci dovrebbe essere anima viva e di conseguenza non dovrebbero arrivare le forniture di acqua, gas, luce, telefono. L’Amministrazione Comunale, che ufficialmente non rilascia concessioni edilizie, né tantomeno le DIA, a rigor di logica, dovrebbe curarsi di “deportare” gli stoici 6-700 abitanti che “ancora”ci vivono (e si lavano, cucinano, accendono le luci, telefonano e, addirittura, navigano in internet con l’adsl) . La situazione assume i caratteri di stravaganza se si considera che gli atti di compravendita delle casette vengono legalmente ratificati dagli uffici del Catasto e dai notai. Ciò rimanda ad un cortocircuito nella filiera degli uffici pubblici che assumono atteggiamenti opposti rispetto al problema.
Da questo che, più che un paradosso, è un vuoto di gestione politico-amministrativa, lo diciamo senza timore di essere smentiti, deriva anche la sequela di scempi urbanistico-architettonici che hanno devastato il centro storico di Pisticci, sfigurandolo e svuotandolo della sua identità estetica. E’ ovvio che, senza un codice di pratica (per citare un solo esempio in questo senso), gli abitanti hanno avuto mano libera negli interventi estetico-architettonici, i più disparati (influenzati da mode, gusti e esigenze della modernità), che hanno cancellato buona parte della integrità del rione.
L’art zone, allora, potrebbe essere una sorta di ancora di salvezza, un processo complessivo di rigenerazione del luogo, che a partire dalla rivalutazione architettonica (con interventi mirati all’utilizzazione delle abitazioni in disuso), potrebbe offrire soluzioni contro il degrado estetico, il rischio dell’abbandono (valorizzando e amplificando i micro-processi di ritorno di cui parlavo ieri) e creare una nuova opportunità economica, sociale, e perfino residenziale grazie alla leva della creatività.
Di qui, la necessità di far condividere pienamente l’idea progettuale alla sfera politico- amministrativa che, tra i primi atti concreti, dovrebbe lavorare alla rimozione, oramai inattuale e dannosa (come vedremo fra poco), del decreto di trasferimento dell’abitato. In verità Allelammie, seppur con un’azione non del tutto convinta, coordinata e sistemica (avevamo cinque anni di meno e, quindi, eravamo meno forti “politicamente” e meno “preparati” di adesso), nel 2002, alla vigilia delle elezioni amministrative, “costrinse” l’allora futuro sindaco a prendere impegno formale verso la rimozione del decreto. Furono intraprese delle iniziative presso gli uffici competenti che avevamo fatto sperare nell’agognato traguardo. Contestualmente, un azione-mix di lobby e marketing da parte di Allelammie determinò l’arrivo di un finanziamento proveniente dal PIT, che doveva essere utilizzato per una serie di progetti, tra cui, guarda caso, il “pilota” dell’albergo orizzontale, il centro polifunzionale nella Lammie Comunali (furono stanziati oltre 250 mila euro ad hoc), che, anche grazie al LFF, doveva essere il vero centro propulsivo del cambiamento, e il rifacimento della Piazza La Salsa, location per spettacoli dal vivo.
I nodi vennero al pettine e i fondi di provenienza europea, visti i vincoli, se si eccettua la Piazza,non furono mai spesi per gli obiettivi dichiarati e vennero dirottati altrove (pavimentazione, arredo urbano generico, ecc).
Forse, il peso del Ministero dello Sviluppo Economico, il suo potere di persuasione pratico e simbolico, la sua capacità di influenzare le scelte dei livelli politici e amministrativi sottostanti, la sua capacità di mettere insieme gli stakeholders, potrebbe rendere più forte la proposta progettuale dell’Art Zone, rispetto ad un’azione isolata da parte di Allelammie che, tra l’altro, per via di pre-giudizi ideologici e culturali, per fortuna nutriti “solo” a livello individuale, non riesce a comunicare con l’A.C. nel migliore dei modi.
Naturalmente, in questa situazione, se ci fosse la condivisione politica del progetto, sarebbe più facile spiegarlo agli abitanti, convincerli della sua bontà e, infine, coinvolgerli nel processo socio-culturale ed economico (governato ed ottimizzato e non più isolato e disorganizzato) che si andrebbe ad innescare. Non solo legato alla compravendita degli immobili, ma anche a tutti gli effetti positivi in termini di qualità della vita, descritti nel nostro documento di progetto e ribaditi da Tito nel suo intervento. Va segnalato un fatto importante: alcune imprese edili di Pisticci, chiamate da privati a ristrutturare gli immobili, hanno deciso di acquistarne diverse, ristrutturarle e rivenderle, naturalmente a prezzi non più tanto accessibili.
Un altro problema di natura tecnica che potrebbe rallentare lo sviluppo del progetto, nelle sue fasi già operative, è legato alla multi-proprietà di molte delle lammie. Non sono pochi i casi in cui il numero degli eredi e inversamente proporzionale alla grandezza delle casette. Cinque, sei, sette eredi per 25 mq!!! Potrebbe risultare farraginoso metterli d’accordo tutti, sia sulla opportunità di vendita dell’immobile, sia sul prezzo! Ma, in questi casi che riteniamo essere estremi, il vil denaro, più che la convinzione che il progetto sia un grande opportunità per tutti, potrebbe ricondurre alla ragione i più ostinati e superare questo tipo di ostacoli.
Aggiungo in allegato un prospetto del 2004 che descrive il quadro complessivo delle unità abitative presenti nel Dirupo, le abitazioni utilizzate e quelle inutilizzate.
Rispetto a queste considerazioni, per noi sarebbe utile conoscere le vostre.
Intanto, continueremo a far fruttare gli stimoli forniti da Tito e un po’ alla volta cercheremo di affrontare i vari spunti emersi dal suo intervento.
Adesso andiamo a cena tutti insieme con il gruppo di persone (provenienti un po’da tutto il sud Italia, tranne la docente ispano-olandese) del work-shop di animazione che abbiamo organizzato qui alla Casa della Cultura:
http://www.lucaniafilmfestival.it/
;)
Mi sono accorto di non riuscire a postare l'allegato. Come faccio?
;)
Grazie delle informazioni di approfondimento. Ora riusciamo tutti ad immaginarci meglio l'Art Zone. Certo a questo punto il Comune è, ancor più di quanto immaginavo io, uno snodo essenziale per poter orientare il progetto su questi aspetti artistico-urbanistici.
Mi rendo conto che orientare il progetto maggiormente sull'Art-zone è rischioso. E' in agguato la speculazione, e sono certo che non vorreste che questo progetto venisse identificato come l'ennesima idea di riqualificazione urbana visto che nel periodo 2000-2006 lo sviluppo locale del mezzogiorno si è molto appiattito su piccole opere pubbliche di scala comunale. Spero la cena sia andata bene e ne riparliamo presto, spero
Ciao Tito, ben trovato.
Un breve aggiornamento.
Sono appena tornato da un work-shop di presentazione della nuova programmazione Leader 2007-2013, organizzato dal GAL Cosvel a cui aderiesc anche il Comune di Pisticci.
Bene, erano presenti i dirigenti del Gal, l’assessore alle Attività Produttive del Comune di Pisticci, associazioni varie. Un appuntamento finalizzato alla raccolta di idee, proposte, bisogni che saranno tradotti nel nuovo documento programmatico Leader che genererà i futuri bandi pubblici.
E’ utile far notare che il Gal Cosvel, negli anni scorsi, si è reso protagonista di un intervento di recupero del centro storico di Rotondella (MT) (sede amministrativa dell’Ente), a partire dalla riqualificazione di oltre cinquanta abitazioni in disuso, destinate, poi, alla ricettività turistico-alberghiera (creati 150 posti letto). Un esperimento riuscito, senz’ombra di dubbio. Ho fatto questa premessa perché quando ho preso la parola e ho accennato all‘esperienza in corso in Kublai (senza entrare, però, nei dettagli), ovvero alla nostra “visione” sul Dirupo, i rappresentanti del GAL hanno espresso interesse e, soprattutto, disponibilità concreta a recepire l’impianto generale della nostra idea sulla creatività quale leva per lo sviluppo locale. Vista la loro esperienza maturata nel campo della rivitalizzazione dei Centri Storici in direzione dello sviluppo socio-compatibile, hanno espresso l’interesse a sperimentare l’esperienza anche su Pisticci.
Credo nelle coincidenze: loro, senza sapere nulla della Art Zone, parlavano un linguaggio molto vicino ad essa. Ho preso la palla al balzo, chiedendo ufficialmente al GAL di intraprendere un azione di lobby nei confronti dell’Amministrazione Comunale, che, come dicevi tu, Tito, è lo snodo per qualsiasi ipotesi futura sulla Art Zone. L’assessore comunale ha preso l’impegno di venire qui, alla Casa della Cultura, la prossima settimana, a discutere della nostra idea.
L’azione di lobby che potremmo concertare con il Ministero dello Sviluppo Economico e, in attesa di altri promotori Istituzionali e non, con un Ente Consortile come il GAL che ha importanti strumenti di programmazione e gestione di fondi pubblici, la loro pregressa esperienza nel settore specifico di progetti di qualità urbana, l’apertura di credito da parte del Comune di Pisticci che, tra l’altro, insieme ad altri Comuni dell’area, è socio del GAL Cosvel; e per finire, una sensibilità notevole a livello individuale nei rappresentanti istituzionali del GAL (scusate la digressione: il direttore Salvatore Lo Breglio, che è anche un amico, è un grande intenditore di musica – sul suo cell. ha la suoneria di una canzone dei mitici WILCO- e ciò per quanto mi riguarda è uno dei metri infallibili per misurare le qualità umane di una persona ;) ); tutto ciò stasera rende l’idea dell’Art Zone meno irrealizzabile di quanto sembri. Sarà un semplice stato emotivo, ma fa bene provarlo…
Certo, sui rischi che corre il progetto, supero Tito e dico che la speculazione è in agguato e le difficoltà sono enormi, ma crediamo che il processo, nonostante abbia bisogno come il pane degli Enti Pubblici, potrebbe percorrere parallelamente nuove strade per approdare al traguardo: un processo partecipato, condiviso dai portatori di interesse locali. Qui, (affronterò in seguito la questione), entra in gioco un altro elemento da noi descritto nel documento di progetto. Il rapporto da migliorare e implementare con la comunità. Allelammie/LFF potrebbero/dovrebbero rivestire il ruolo di medium socio-culturale per preparare il terreno all’Art Zone.
La cena è andata bene (carne equina a volontà!), ma è ancora meglio il party di fine work-shop attualmente in corso.
;)
PS: i rapporti con il GAL Cosvel sono maturati nell’ambito del progetto che, grazie ad un loro co-finanziamento, ha “generato” il Centro di Iniziativa Locale, ovvero la Casa della Cultura, attuale sede operativa del LFF.
Massimiliano, un paio di commenti spot:
1. Tutto molto interessante,
2. Anche io credo alle concidenze: afferrare senza esitazioni le opportunità di cui al tuo post.
3. Con l'assessore (sa del video?), usa pure il coinvolgimento e crescita del progetto in un percorso con dentro il Ministero (DPS) e un sacco di expertise differenziate che ne faranno un progetto dalle gambe solide.
4. Non mi preoccuperei (troppo), a questo stadio ma forse più in là, di effetti di gentrification o speculazione della Art Zone..

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