La biblioteca, il museo, l’Informagiovani, il Centro di documentazione, l’archivio. Sono questi i modelli delle istituzioni culturali pubbliche disseminate sul territorio. In ogni paese, anche il più piccolo, esiste almeno uno di questi luoghi. Importanti, certo, anzi da sostenere, perché troppo spesso sottovalutati o tenuti a livello di pura sopravvivenza dalle amministrazioni locali. Ma soprattutto poco attraenti, poco vivi, e per questo ignorati dai giovani, dai ragazzi. Magari usati giusto quando serve, quando non se ne può fare a meno.
I modelli di queste istituzioni sono consolidati, le regole del loro funzionamento non vengono quasi mai messe in discussione. E, altro grave elemento da considerare, ognuno di questi luoghi funziona per conto proprio, non dialoga o meglio non si mescola con l’altro o gli altri. E’ geloso della propria specificità. Non è disposto a mettersi in gioco, ad uscire dalle regole e dai “regolamenti per il funzionamento”. Spesso chi ci lavora vive la propria professionalità come un bastione da difendere dagli assalti degli “altri”, soprattutto da chi sta fuori. Ed in questo è aiutato, per esempio, dalle norme per le assunzioni nel pubblico impiego. Complicate, lunghe, estenuanti e soprattutto inutili, perché le amministrazioni pubbliche semplicemente non assumono, anzi hanno il problema di tagliare le spese, tagliare il personale. Quindi queste cittadelle, oggi difese strenuamente da chi ci lavora, domani (ma proprio letteralmente domani) saranno vuote.
Perché non ripensarle, finché ci rimane tempo?
Il progetto, o meglio l’idea progettuale, è proprio questo.
Ci sono esperienze che tentano di innovare e di creare qualcosa di nuovo, ma spesso sono occasioni estemporanee, legate magari ad un gruppo di persone con una mentalità aperta e disposta a rischiare. Altro è creare un modello di servizio non effimero. Con nuove regole per organizzare gli spazi, con servizi nuovi, con orari diversi, con un rapporto con gli utenti paritario, con un nuovo sistema di “arruolamento” del personale.
Ripeto: qualcosa si sta facendo in giro per l’Italia e, soprattutto, nel mondo. Sarebbe importante per prima cosa conoscere questa mappa di luoghi, scambiarsi le informazioni,
studiare come funzionano, cosa offrono e , magari, andare oltre.
Poi provare a fissare un modello dettagliando spazi, servizi, personale, costi per l’avvio e costi di gestione.
In fondo è quello che è successo pochi anni fa a Londra. Un gruppo di persone, stanche di sentire le continue lamentazioni sui giovani che non leggono, sui giovani che non frequentano i luoghi e le strutture “culturali”, soprattutto le biblioteche, ecc. hanno presentato agli amministratori un progetto di un nuovo “contenitore di servizi culturali” per il proprio comune londinese di Tower Hamlets: lo hanno chiamato
IDEA STORE. Il progetto è piaciuto ed il gruppo è stato incaricato di realizzare un prototipo. Il successo di questa nuova struttura ha portato alla replica in altri quartieri. Il primo IS ha aperto le porte nel maggio del 2002 a Bow. L’ultimo a Canary Wharf nel marzo del 2006.
“La collocazione in zone periferiche è risultata essere vincente: l’arte e la cultura quali strumenti di rigenerazione e motore di sviluppo fisico, sociale ed economico di zone degradate hanno, infatti, favorito il coinvolgimento della popolazione locale. La Peckam Library, per esempio, è nata dalla volontà di rivalutare e dare nuovo impulso culturale alla zona di Peckham. La scelta della loro collocazione accanto a punti di interesse commerciale (supermercati, grandi mercati, centri commerciali, uffici) ha favorito la conciliazione tra stile di vita moderno e fruizione culturale. Gli Idea Store di Canary Wharf, nel centro finanziario della capitale inglese, o quello di White Chapel, nel grande mercato, ne sono un esempio.”
P.S. La cosa curiosa è che l’IDEA STORE è un progetto di un italiano, Sergio Dogliani, un torinese che viveva a Londra da molti anni, facendo l’insegnante di italiano.
Su Flickr (http://www.flickr.com/search/?s=int&q=%22idea+store%22&m=text ) ci sono molte foto che danno un’idea degli spazi.
Insomma questo è solo un esempio tra i tanti. In questo caso la formula del cocktail è: 1/3 biblioteca, 1/3 centro di formazione, 1/3 accesso risorse digitali (archivio, museo, biblioteca digitale e on line), il tutto in un ambiente tipo caffetteria.
Ma quello che più conta è la filosofia di luoghi come questi. Si puo’ andare oltre (per esempio l’area “formazione” è forse troppo rigida come impostazione), o, meglio ancora, studiare modelli più agili, flessibili, adatti a luoghi specifici.
L’obiettivo finale è creare uno strumento, nelle mani degli amministratori pubblici, utile per politiche di inclusione sociale, creando uno spazio gradevole e orientato all’apprendimento e alla socialità in zone “difficili”.
Per ora quello che ho proposto non è un vero progetto, ma forse un programma, un’idea appena abbozzata. Io avrei voglia e tempo di provare a trasformarla in un progetto . C’è qualcuno tra i kublaiani che vuole aiutarmi a svilupparla (sia a livello di prototipo che di oggetto reale calato in un contesto territoriale preciso)? Vale la pena di lavorarci insieme?
Maurizio aka Mau Messenger
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